
«Quel disgraziato è un folle sofferente, di nessuna utilità ad alcuno, meno che meno a se stesso» aveva dichiarato il vecchio ser Harbert, in quei giorni castellano di Capo Tempesta. «La cosa più pietosa che potresti fare per lui è dargli una coppa colma di latte di papavero. Un sonno senza dolore e che sia finita. Se fosse in grado di capire, ti benedirebbe per questo gesto.» Ma Cressen aveva rifiutato, e alla fine era stato lui ad averla vinta. Se Macchia si fosse mai rallegrato di quella vittoria, il maestro non poteva dirlo, nemmeno adesso, dopo tutti quegli anni.
«Le ombre vengono per danzare, mio signore, danza anche tu, mio signore, danza anche tu.» Macchia continuò a volteggiare, a far oscillare su e giù la testa, scuotendo quelle campanelle, così martellanti, ossessive. “Bong dong ring-a-ling bong dong.”
«Signore» gracchiò il corvo bianco. «Signore, signore, signore.»
«Un giullare canta quello che vuole» disse il maestro all’ansiosa principessa. «Non devi prendere sul serio le sue parole. Domattina potrebbe ricordare un canzone diversa, e questa non la sentirai mai più.»
“Ed è anche in grado di cantare soavemente in quattro lingue diverse” aveva scritto lord Steffon.
Pylos fece nuovamente ingresso nei quartieri di Cressen. «Chiedo scusa, maestro» disse.
«Ti sei dimenticato del porridge» fece Cressen, divertito. Era talmente insolito che Pylos dimenticasse qualcosa.
«Maestro, ser Davos ha fatto ritorno questa notte. Ne stanno parlando nelle cucine. Ho pensato che volessi esserne informato immediatamente.»
«Davos… Questa notte, hai detto? Ora dov’è?»
«Con il re. Sono insieme dal suo arrivo.»
C’era stato un tempo in cui lord Stannis lo avrebbe svegliato, a dispetto dell’ora, per convocarlo e avere il suo consiglio.
