
Le sentinelle di guardia all’esterno del Tamburo di pietra riconobbero il maestro e li lasciarono passare.
«Tu aspetta qui» comandò Cressen a Pylos, una volta che furono entrati. «È meglio che lo veda da solo.»
«È un’altra lunga ascesa, maestro.»
«Credi che non lo sappia?» Cressen sorrise. «Li ho saliti talmente tante volte, questi gradini, da aver dato un nome a ciascuno di loro.»
Ma giunto a metà strada, Cressen si pentì della decisione. Si era fermato a riprendere fiato, sperando che il dolore alle anche si calmasse, quando udì pesanti passi di stivali risuonare contro la pietra. Il maestro alzò lo sguardo e si trovò faccia a faccia con ser Davos Seaworth, che stava scendendo.
Davos era un uomo minuto, il suo basso lignaggio evidente nei suoi lineamenti comuni. Attorno alle spalle, portava una sdrucita cappa di color verde, macchiata da incrostazioni di sale e sbiadita dal sole dell’oceano. Farsetto e brache erano dello stesso marrone dei suoi occhi e dei capelli. Appesa al collo con una cinghia aveva una piccola sacca di vecchio cuoio. C’erano molti fili grigi nel suo pizzetto e un guanto di pelle gli copriva la mano sinistra mutilata.
