
«Ser Davos, quando sei tornato?»
«Prima dell’alba. L’ora che preferisco.»
Correva voce che nessuno fosse in grado di manovrare un vascello nelle tenebre con la perizia di Davos Manocorta. Prima di essere creato cavaliere da lord Stannis, era stato uno dei più celebri e inafferrabili contrabbandieri dei Sette Regni.
«Con che nuove?»
«È come tu gli avevi detto.» Davos scosse il capo. «Non si solleveranno, maestro. Non per lui. Non lo amano.»
“Né mai lo faranno” rimuginò Cressen. “Lui è forte, capace, giusto… Anche più giusto di quanto la saggezza suggerirebbe. Solo che non è abbastanza, non è mai stato abbastanza.”
«Hai parlato con tutti loro, ser Davos?»
«Tutti? No. Solamente con quelli che hanno accettato di ricevermi. Non amano nemmeno me, quei nobili. Per loro, io sono e sempre resterò il “Cavaliere delle cipolle”.» La mano sinistra di Davos si chiuse, le dita monche serrate a pugno: Stannis gliele aveva mozzate all’ultima falange, tutte tranne il pollice. «Ho condiviso il pane con Gulian Swann e il vecchio Penrose. I Tarth hanno acconsentito a un incontro notturno in una foresta. Quanto agli altri… be’, lord Beric Dondarrion è ancora disperso, c’è chi dice che sia morto. Lord Bryce Caron sta con Renly. Si fa chiamare Bryce l’Arancione, adesso, membro della Guardia dell’arcobaleno.»
«Guardia dell’arcobaleno?»
«Renly ha creato una propria versione della Guardia reale» spiegò il contrabbandiere di un tempo. «La differenza è che questi sette non sono vestiti di bianco. Ciascuno ha un suo colore. Loras Tyrell è il loro lord comandante.»
Era esattamente il genere di stravaganze che piaceva a Renly Baratheon: un nuovo splendido ordine di cavalierato, con paramenti altrettanto splendidi con cui scendere in campo. Sin da ragazzo, Renly aveva amato i colori brillanti e i bei tessuti, così come aveva sempre amato giocare. «Guardatemi!» gridava correndo lungo i corridoi e le sale di Capo Tempesta. «Guardatemi, sono un drago!» o anche: «Guardatemi, sono un mago!» o addirittura: «Guardatemi, guardatemi, sono il dio della pioggia!».
