Ma quando Pipo fu nell’interno della Stazione vide subito che quella non sarebbe stata una serata di intenso seppur piacevole lavoro. Ad attenderlo lì c’era Dona Cristã, impaludata nel suo abito monacale. Che uno dei suoi figli più giovani si fosse messo in qualche guaio, a scuola?

— No, no — fu la risposta di lei. — I suoi figli si comportano in modo encomiabile, a eccezione di questo, che a mio giudizio è troppo giovane per potersi permettere di trascurare la scuola e lavorare qui, anche nelle vesti di apprendista.

Libo tenne la bocca chiusa. Saggia decisione, pensò Pipo. Dona Cristã era una donna giovane, brillante e non priva di attrattive, forse perfino bella; ma prima di tutto e soprattutto era una monaca dell’ordine dei Filhos da Mente de Cristo, i Figli della Mente di Cristo, e perdeva molta della sua bellezza quando s’irrigidiva nell’ira contro gli ignoranti e gli stupidi. Ed era sorprendente il numero di persone intelligenti che s’erano sentite stupide e ignoranti mentre abbrustolivano al fuoco rovente del suo disprezzo. Il silenzio, Libo, è una politica in cui sei già esperto.

— Il motivo della mia visita non riguarda i suoi figli — disse Dona Cristã. — Sono qui per parlarle di Novinha.

La superiora non ebbe bisogno di dirne il cognome; tutti conoscevano Novinha. Soltanto otto anni erano trascorsi dalla fine della terribile Descolada, la pestilenza che era stata sul punto di spazzar via l’intera colonia prima che questa avesse l’opportunità di raggiungere una vera autosufficienza. La cura era stata scoperta dal padre e dalla madre di Novinha, Gusto e Cida. E per una sorta di tragica ironia i due avevano individuato la causa dell’epidemia e il suo trattamento troppo tardi per salvare se stessi. Il loro era stato l’ultimo funerale della Descolada.

Nella mente di Pipo tornò l’immagine nitida di Novinha, appena una bambinetta, che il sindaco Bosquinha teneva per mano nella navata della cattedrale mentre Peregrino, il vescovo, officiava personalmente il servizio funebre.



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