— Grazie! Grazie, io…

— Diventa l’Araldo dei Defunti. Io ti aiuterò per quello che posso. La legge mi proibisce di portare chiunque, salvo il mio apprendista, mio figlio Libo, a contatto dei pequeninos. Ma ti metteremo a disposizione ogni nostro appunto. Tutto ciò che abbiamo appreso lo condivideremo con te. Ogni nostra deduzione, ogni ipotesi. In cambio tu ci lascerai esaminare il tuo lavoro, ciò ò che scoprirai sugli schemi di evoluzione genetica di questo pianeta e che possa aiutarci a capire i pequeninos. E quando avremo imparato abbastanza, insieme, potrai scrivere il tuo libro, potrai diventare l’Araldo. Ma stavolta non l’Araldo dei Defunti. I pequeninos non sono morti.

A dispetto di se stessa, lei sorrise. — L’Araldo dei Viventi.

— Ho letto La Regina dell’Alveare e l’Egemone — disse lui. — Non riesco a pensare a un posto migliore di quel libro per trovarci il nome di ciò che sei.

Ma lei non si fidava ancora dello xenologo. Ancora non credeva a ciò che lui sembrava promettere. — Farò di tutto per venire qui spesso, continuamente. Dalla mattina alla sera.

— All’ora di andare a letto, qui chiudiamo a chiave e torniamo a casa.

— Mi avrete fra i piedi per tutto il resto del tempo. Lei si stancherà di vedermi qui. Mi griderà di andarmente. Mi terrà segreta una cosa o l’altra. Mi dirà di stare zitta e di non parlare delle mie idee.

— Non abbiamo neppure cominciato a diventare amici, e già mi tacci d’essere un imbroglione e un bugiardo, un somaro seduto in cattedra.

— Ma lei lo sarà. Gli altri lo sono, sempre. E tutti vorrebbero che io me ne andassi…

Pipo scosse le spalle. — E con ciò? Prima o poi chiunque prega Iddio che qualcun altro scompaia. Prima o poi mi capiterà di augurarmi che tu mi sparisca dagli occhi. Ma l’importante è che quando accadrà, quando mi sentirai sbraitare «Vattene, santo cielo!», tu invece faccia finta di niente e rimanga dove sei.



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