Attraversarono uno stretto, malconcio ponte di tronchi lungo quanto due automobili, che scavalcava un fossato più ampio degli altri. La spaccatura a cuneo che si apriva nel precipizio aveva una profondità di una trentina di metri. L'oceano vi penetrava direttamente, poiché in quel punto non c'era spiaggia, e anche adesso, con la bassa marea, l'acqua si avventava nella base del crepaccio e si infrangeva in una fontana di spuma. Le gocce bagnarono il parabrezza. Il ponte di legno era disposto ad angolo, a una quindicina di metri dal livello dell'acqua, a circa un terzo dell'altezza della parete, e la sua parte inferiore sgocciolava.

La strada proseguiva oltre il ponticello, ma Connington fermò la macchina con le ruote girate verso una cassetta per le lettere di acciaio lucido, sistemata su un palo. Lì accanto c'era un viottolo ancora più stretto, che saliva ripido entro il fianco del crepaccio e spariva dietro un'improvvisa rientranza.

— È lui — borbottò Connington, indicando con il sigaro la cassetta delle lettere. — Barker. Al Barker. — Poi lanciò un'occhiata a Hawks, di sottecchi. — Mai sentito?

Hawks corrugò la fronte, poi rispose: — No.

— Non legge le pagine sportive? No… immagino di no. — Connington fece indietreggiare la Cadillac di qualche centimetro, fino a quando riuscì a centrare perfettamente le ruote nel viottolo, innestò il cambio su una marcia bassa, e si curvò sul volante, premendo con cautela l'acceleratore. La macchina prese a salire lentamente l'erto pendio, sfiorando con il parafango interno la roccia sventrata dall'esplosivo, con il fianco sinistro spruzzato dalla spuma sgorgata dal crepaccio.

— Barker è un tipo eccezionale — borbottò Connington, tenendo stretto tra i denti il mozzicone umido del sigaro. — Paracadutista durante la seconda Guerra Mondiale. Trasferito all'OSS nel 1944.



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