
— Io avevo detto che era stabile — si affrettò a spiegare Weston. — Non che lo era sovrumanamente. Le avevo detto che era un eccezionale esemplare d'essere umano. È stato lei a mandarlo in un posto dove nessun essere umano dovrebbe mai andare.
Hawks annuì. — Ha ragione, naturalmente. È stata colpa mia.
— Beh, ecco — continuò in fretta Weston. — Si era offerto volontario. Sapeva che era pericoloso. Sapeva che avrebbe corso il rischio di morire.
Ma Hawks non gli dava più ascolto. Guardava fisso, di nuovo, oltre la scrivania.
— Rogan? — chiamò sottovoce — Rogan?
Attese, osservando le labbra di Rogan che si muovevano quasi silenziosamente. Poi sospirò e chiese a Weston: — Può fare qualcosa per lui?
— Guarirlo — disse l'altro, in tono sicuro. — Con l'elettroshock. Dimenticherà quello che gli è accaduto in quel luogo. Guarirà.
— Non sapevo che l'amnesia da elettroshock fosse permanente.
Weston guardò Hawks, sbattendo le palpebre. — Naturalmente, può darsi che di tanto in tanto abbia bisogno di una ripetizione del trattamento.
— A intervalli, per tutto il resto della sua vita.
— Non sempre è così.
— Ma spesso.
— Beh, sì…
— Rogan — stava mormorando Hawks. — Rogan, mi dispiace.
— Buio… buio… Mi faceva male ed era così freddo… così silenzioso che potevo udire me stesso…
Edward Hawks, dottore in scienze, camminava solo, attraverso il laboratorio principale, con le mani abbandonate lungo i fianchi. Scelse il percorso tra i generatori e i banchi, senza alzare lo sguardo, e si fermò ai piedi della piattaforma ricevente del trasmettitore di materia.
