
Vera nelle gocce che si condensavano come sudore sui recipienti per il latte immersi per metà nel ruscello. Vera nella fredda, umida argilla del pavimento. Vera nel rumore gorgogliante del ruscello che scorreva in mezzo al locale.
Il deposito veniva mantenuto fresco per tutta l’estate da quell’acqua gelida che, sgorgando dal fianco della collina, andava a finire lì dentro, ombreggiata in tutto il suo corso da alberi così venerandi che la luna si faceva un dovere di passare attraverso i loro rami solo per ascoltare qualche buona, vecchia storia. Ecco perché la piccola Peggy ci veniva sempre, anche quando papà non la odiava. Non per quell’aria umida, della quale avrebbe potuto benissimo fare a meno. Era per come la fiamma le si spegneva dentro, e lei non era più costretta a essere fiaccola, a scrutare negli angoli bui dove la gente andava a nascondersi.
Da lei, si nascondevano, come se avesse potuto servirgli a qualcosa. Ciò che meno gli piaceva di se stessi, loro cercavano di rimpiattarlo in qualche oscuro recesso, senza sapere che agli occhi della piccola Peggy quell’oscurità era come illuminata a giorno. Persino quand’era così piccola da sputare la farinata di granturco nella speranza di un supplemento di poppa, era già a conoscenza di tutte le storie che la gente intorno a lei cercava di nasconderle. La piccola Peggy infatti era in grado di scorgere quei frammenti del loro passato che più desideravano di poter seppellire, e quei frammenti del loro futuro dei quali avevano più paura.
Ecco perché aveva cominciato a venire nel deposito sulla sorgente.
