Qui non era più costretta a vedere nulla. Nemmeno la signora nei ricordi di papà. Qui non c’era altro che l’aria pesante, umida, buia, fresca, capace di estinguere la fiamma e abbassare la luce, così che lei potesse essere — anche solo per pochi minuti nell’arco di una giornata — una bambina di cinque anni con un bambolotto di paglia chiamato Bugy, e non dovesse nemmeno pensare ai segreti degli adulti.

Non sono cattiva, si disse. Continuò a ripeterselo, ma non funzionò, perché sapeva di esserlo.

Benissimo allora, si disse, sono cattiva. Ma non sarò più cattiva. Dirò la verità come vuole papà, oppure non dirò nulla.

Persino a cinque anni, la piccola Peggy sapeva che se avesse mantenuto quel giuramento, avrebbe fatto molto meglio a non dire nulla.

Perciò non disse nulla, nemmeno a se stessa, limitandosi a restare distesa su una tavola di legno umido e ricoperto di muschio, stringendo Bugy nel pugno così forte da stritolarlo.

Bing, bing, bing.

La piccola Peggy si svegliò e per qualche istante si arrabbiò moltissimo.

Bing, bing, bing.

Si arrabbiò perché nessuno le aveva detto: piccola Peggy, non ti dispiace se permettiamo a questo giovane fabbro di venire a stare qui da noi, vero?

Per niente, papà, avrebbe detto, se glielo avessero chiesto. Sapeva bene che cosa significava avere una fucina di fabbro. Significava che il villaggio sarebbe prosperato e sarebbe arrivata gente da altri posti, e quando fosse arrivata ci sarebbero stati scambi e commerci, e con gli scambi e i commerci la grande casa di suo padre sarebbe potuta diventare una locanda, e se ci fosse stata una locanda allora tutte le strade in qualche modo avrebbero fatto una piccola deviazione solo per passare di lì, se non era troppo fuori mano… La piccola Peggy tutto questo lo sapeva bene, esattamente come i bambini dei contadini conoscono i ritmi della fattoria.



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