Eleanor le stava alle spalle, e aveva preso in mano la situazione come se non fosse stata più piccola di tutti i suoi fratelli maschi, tranne i gemelli. «Measure! Raduna le bambine. Verranno sul carro con noi. Anche voi, Wantnot e Wastenot! So che potete aiutare i grandi, ma ho bisogno che badiate alle piccole mentre io sto con la mamma». Eleanor non era mai stata un tipo da prendere alla leggera, e la gravità della situazione era tale che nell’obbedire non si azzardarono nemmeno a chiamarla Eleonora d’Aquitania. Persino le bambine smisero quasi completamente di bisticciare e si affrettarono a salire sul carro.

Sulla sponda, Eleanor si voltò a guardare suo padre, seduto a cassetta. Gettò un’occhiata a valle, poi tornò a guardarlo con aria interrogativa. Alvin comprese la domanda, e col capo fece cenno di no. Faith non doveva venire a sapere del sacrificio di Vigor. Nonostante cercasse di controllarsi, negli occhi di Alvin spuntarono le lacrime. Ma non in quelli di Eleanor. Eleanor aveva solo quattordici anni, ma quando non voleva piangere, non piangeva.

Wastenot diede una voce al cavallo, e il piccolo carro si mosse bruscamente in avanti. Faith trasalì sotto la pioggia battente, mentre le figlie le davano affettuosi colpetti sulle spalle. Lo sguardo della donna era malinconico come quello di una mucca, e altrettanto incurante di ciò che la circondava, mentre si volgeva a guardare il marito e il fiume. In momenti come quello del parto, pensò Alvin, la donna si trasforma in una bestia; la mente s’intorpidisce, e il corpo prende il sopravvento mentre compie il suo dovere. Come avrebbe potuto sopportare tanto dolore, altrimenti? Era come se l’anima stessa della terra avesse preso possesso di lei nello stesso modo in cui possiede l’anima degli animali, rendendola parte del flusso universale della vita, liberandola dalla famiglia, dal marito, da tutti i legami ai quali la razza umana è soggetta, per condurla nella valle della maturazione, del raccolto, della mietitura, del sangue e della morte.



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