
Sto tremando. Ecco che cosa riesce a farmi la mente. Sto crollando. Sono diventato sonnambulo. Me lo ha detto Lucía mentre ero sotto la doccia, ha detto che sono sceso nello studio alle tre di notte. La mattina ho trovato sulla scrivania un blocco di fogli bianchi sul quale si vedeva il calco di una scrittura. Non ho trovato l’originale, ma quando ho portato il blocco vicino alla finestra ho visto qualcosa che vi avevo scritto: «nell’aria sottile…»
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Mercoledì 24 luglio 2002
«Voglio la mamma! Voglio la mamma!»
Consuelo Jiménez aprì gli occhi e si trovò la faccia di un bambino a pochi centimetri dalla sua, semiaffondata nel guanciale, con le ciglia che sfioravano la federa di cotone. Le dita del bambino le strizzarono il braccio.
«Voglio la mamma.»
«Va bene, Mario, ora andiamo a cercare la mamma», gli disse, pensando è presto, è troppo presto. «Lo sai che è proprio dall’altra parte della strada, vero? Puoi stare qui per un po’ con Matías, fare colazione, giocare…»
«Voglio la mamma.» Le dita del bambino affondarono nel braccio con un senso di urgenza e la donna gli accarezzò la testa, lo baciò sulla fronte.
Non voleva attraversare la strada in camicia da notte, come una barbona che avesse bisogno di qualcosa nella bottega di fronte, ma il bambino continuava a tirarle la manica, a fare moine. Si infilò una vestaglia bianca di seta e un paio di sandali dorati, poi si ravviò i capelli mentre Mario le girava intorno, avvolgendola nella vestaglia e tirandola e sospingendola un po’ come avrebbe fatto con un carico uno stivatore giù al porto.
