«La grafia le sembra quella di Vega?»

«È decisamente quella del signor Vega… è tutto quanto posso affermare.»

«Non differisce in niente dalla sua scrittura usuale?»

«Non sono un esperto, Juez», disse Vásquez, «ma non mi sembra che gli tremasse la mano, anche se la scrittura non è molto rapida, le parole mi paiono scritte con cura, non buttate giù in fretta.»

«Non è quella che definirei la lettera di un suicida», osservò Falcón.

«Come la definirebbe, Inspector Jefe?» domandò Vásquez.

«Un enigma. Qualcosa che richiede un’indagine.»

«Interessante», commentò Calderón.

«Davvero?» disse Vásquez. «Noi abbiamo sempre l’impressione che il lavoro degli investigatori sia molto interessante, ma questo…?»

«Se lei fosse un assassino, non vorrebbe che si investigasse su ciò che ha fatto», spiegò Falcón. «Non vorrebbe essere scoperto. Poco fa mi ha detto che la scena del delitto le sembrava indicare un suicidio. Un assassino che avesse un movente normalmente cercherebbe di dare credibilità alla tesi del suicidio con un biglietto esplicito e non con uno scritto che dia da pensare alla squadra investigativa: ma che cosa c’è sotto?»

«A meno che non si tratti di un pazzo», obiettò Vásquez. «Di uno di quei serial killer che lanciano una sfida.»

«Be’, per prima cosa, la sfida non c’è. Poche parole nella grafia del signor Vega non sono ciò che io chiamerei il tentativo di comunicare di uno psicotico. È troppo ambiguo. In secondo luogo la scena del delitto non contiene nessuno dei tratti caratteristici che associamo all’omicida psicopatico. Questo tipo di omicida, per esempio, tiene presente la posizione del cadavere, introduce qualche elemento delle sue ossessioni, vuole mostrare di essere stato sulla scena, vuole mostrare il lavorio di una mente complessa. Non c’è niente di casuale nella scena di un delitto in cui l’omicida sia un serial killer. Una bottiglia di liquido per sgorgare gli scarichi non viene lasciata dove è caduta. Tutto ha una sua importanza.»



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