
Connie Willis
Il sogno di Lincoln
Può darsi che la vita non sia il dono più importante di cui l’uomo dispone, dopo tutto. Certo è che gli uomini talvolta decidono di giocarsela con grande facilità, e a condizioni tali da parere insensate: a meno che ci sia qualcos’altro, dietro, che a prima vista non si comprende. Centinaia di vite vengono offerte in cambio di un guadagno insignificante, o addirittura inesistente per i loro possessori: pochi metri di terreno coperto di grano, la conquista temporanea di un’altura, un declivio sterile battuto dal vento. E a volte nemmeno questo. A volte alcune vite vengono sacrificate, e nessuno ne ricava nulla.
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Quelli erano veri cavalli, i cavalli che si allevavano un tempo in Virginia, Cavalli che la morte non fermava e che, sepolti presso il sacro recinto, restavano pronti a riprendere il galoppo non appena il loro compagno si fosse risvegliato e, sorgendo dalla tomba, li avesse spronati sulla piana erbosa in una corsa senza impronte, con tocco leggero.
Traveller morì di tetano due anni dopo la morte di Robert E. Lee. Lo scoprii un giorno di febbraio, il giorno in cui ero uscito a cercare dove fosse stato sepolto il figlio di Abramo Lincoln, Willie. Era più di un anno che mi davo da fare per rintracciare quella tomba, e quando finalmente la trovai, menzionata in una biografia di Mary Todd Lincoln, mi precipitai fuori dalla biblioteca con il libro ancora in mano. Suonarono tutti gli allarmi, naturalmente, e uno dei bibliotecari uscì sui gradini e mi gridò dietro: — Jeff, che succede? Ti senti male? Jeff!
Nevicava molto, quel giorno, un nevischio pesante di primavera Mi ci volle quasi un’ora per arrivare con la macchina fino al vecchio cimitero di Georgetown Non so che cosa mi aspettassi di trovare, forse un indizio per scoprire dov’era Annie, un messaggio che mi spiegasse che ne era stato di tutti loro, di Tom Tita e di Ben e dei soldati che erano morti nella Guerra Civile e che giacevano insieme sepolti sotto blocchi di granito.
