— Arriverai a casa in tempo per il ricevimento? — chiese Broun.

— Pensavo che lo avessero rinviato, dal momento che siamo in ritardo con il libro.

— Gli inviti erano già partiti. Fa’ in modo di essere qui, ragazzo. Ho bisogno di te per spiegare come mai questo dannato libro mi sta prendendo così tanto.

Avrei voluto chiedergli esattamente la stessa cosa, ma non lo feci. Invece passai al setaccio la sede della contea di Greenbrier, per tre giorni, tentando di trovare una nota, qualcosa che definisse la faccenda; alla fine tornai a casa guidando attraverso una tremenda bufera di neve, arrivando in tempo per il ricevimento.

— Hai l’aspetto di uno che arriva direttamente dal fronte, ragazzo mio — mi accolse Broun quando arrivai, nel tardo pomeriggio.

— E infatti — ribattei, levandomi la giacca a vento. La neve mi aveva inseguito per tutta la strada, e nel tratto finale si era tramutata in una insidiosa pioggia gelata. Guardavo con sollievo il caminetto acceso del suo studio. — Ho scoperto quello che volevi sapere su Traveller.

— Bene, bene — rispose, togliendo una pila di libri dalla poltrona e piazzandola di fronte al fuoco. Poi sistemò la mia giacca bagnata sullo schienale. — Sono contento che tu sia qui, Jeff. Penso di aver finalmente trovato la soluzione per il libro. Sapevi che Lincoln aveva sognato il proprio assassinio?

— Sì — risposi, chiedendomi cosa mai avesse a che fare questo con un romanzo sull’Antietam. — Sognò di vedere il proprio cadavere alla Casa Bianca, vero?

— Sognò di svegliarsi nell’udire un pianto — disse Broun, togliendo il gatto dall’altra poltrona di cuoio e mettendola a sua volta di fronte al fuoco. Sembrava non aver fretta, nonostante la conferenza stampa dovesse iniziare alle sette. Indossava il cardigan grigio malconcio che abitualmente portava quando scriveva e un paio di pantaloni sformati, e sembrava non essersi rasato da giorni. Forse la conferenza stampa era stata annullata, alla fine.



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