
Minnim scosse il capo. «Se avessimo potuto mandare chi ci piaceva, lo avremmo fatto dieci anni fa, quando si era appena arrivati a queste conclusioni. Questo è il primo pretesto che ci si offre per mandare qualcuno, loro ci chiedono un detective, e a noi sta bene. Un detective è anche un sociologo: un sociologo praticone, orecchiante, altrimenti non sarebbe un buon detective. Le sue note provano che lei lo è.»
«Grazie, signore» rispose Baley meccanicamente. «E se mi metto nei guai?»
Minnim scrollò le spalle. «È il rischio del lavoro di poliziotto.» Lasciò cadere l'argomento con un gesto ondeggiante della mano e aggiunse: «In ogni caso lei deve andare. Il momento della sua partenza è fissato. La nave che deve portarla la sta aspettando».
Baley s'irrigidì. «Aspettando? Quando parto?»
«Tra due giorni.»
«Allora devo tornare a New York. Mia moglie…»
«Vedremo noi, sua moglie. Non può venire a conoscenza della natura del suo lavoro, lo sa. Le sarà detto di non aspettarsi notizie da lei.»
«Ma questo è disumano. Devo vederla. Può darsi che non la veda mai più.»
«Quello che sto per dirle potrebbe sembrarle anche più disumano,» ribatté Minnim «ma non è forse vero che non c'è giorno in cui, accingendosi a fare il suo dovere, lei possa dire con sicurezza che la vedrà ancora? Agente Baley, noi tutti dobbiamo fare il nostro dovere.»
La pipa di Baley era spenta da un quarto d'ora. Non se n'era nemmeno accorto.
Non c'era nient'altro che qualcuno potesse dirgli. Sul delitto nessuno sapeva niente. Un funzionario dopo l'altro servirono semplicemente a portarlo al momento in cui, ancora incredulo, si trovò alla base di un'astronave.
Era come un cannone gigantesco puntato al cielo, e Baley rabbrividiva spasmodicamente nella fredda aria aperta. La notte si chiudeva su di loro (e di questo Baley era grato) come mura nere che si fondevano con un nero soffitto. Era nuvoloso, ma una lucente stella, attraverso uno squarcio tra le nuvole, gli colpì gli occhi, facendolo sobbalzare, anche se le stelle le aveva già viste nei planetari.
