«Ma Lije,» insisteva lei «non mi piace che tu prenda l'aereo. Non è naturale. Perché non prendi le Linee celeri?»

«Perché ci vorrebbero dieci ore» la lunga faccia di Baley aveva assunto tratti aspri «e perché sono membro della Polizia Municipale e devo seguire gli ordini dei miei superiori. Al limite lo faccio per mantenere il mio inquadramento in C-6.»

E su questo non c'era da discutere.


Baley prese l'aereo e tenne gli occhi fissi sulla bobina del giornale che si srotolava con moto regolare e continuo dal distributore a livello degli occhi. Le autorità cittadine erano orgogliose di quel servizio: notizie, programmi speciali, articoli umoristici, brani educativi, ogni tanto un po' di narrativa. Un giorno o l'altro la bobina sarebbe stata convertita in film, si diceva, visto che “catturare” gli occhi con un visore sarebbe stato un modo ancor più efficiente di distrarre i passeggeri dalla loro situazione.

Baley continuava a tenere gli occhi fissi sulla bobina che si srotolava, non solo in cerca di distrazione, ma anche perché lo richiedeva la buona educazione. Sull'aereo c'erano altri cinque passeggeri (non aveva potuto fare a meno di notarlo) e ciascuno di loro aveva diritto a qualunque grado di paura o di ansietà la sua natura e la sua educazione gli facessero provare.

Baley si sarebbe certamente risentito per l'intrusione di chiunque altro nel suo disagio. Non voleva che occhi estranei presenziassero allo sporgere delle sue nocche mentre artigliava i braccioli con le mani, o all'impronta sudaticcia che vi avrebbe lasciato quando le avesse tolte.

Disse a se stesso: sono al chiuso. Questo aereo è solo una piccola Città.

Ma non riusciva ad autoingannarsi. Alla sua sinistra c'era un pollice d'acciaio. Dopo di che nulla…

Be', aria! Ma in realtà non era nulla.

Mille miglia in una direzione. Mille in un'altra. Un miglio di aria, forse due, di sotto.



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