Quasi quasi desiderava di poter dare un'occhiata in basso, di sbirciare la punta delle Città sepolte, mentre ci passava sopra: New York, Filadelfia, Baltimora, Washington. Immaginava di veder scorrere le distese di sciami di cupole che non aveva mai visto, ma che sapeva esserci. Sotto di loro, per un miglio di profondità e per dozzine di miglia in ogni direzione, c'erano le Città.

I corridoi senza fine, tipo alveare, delle Città, pensava, vivi di gente: appartamenti, cucine comuni, fabbriche, Linee celeri: tutto comodo e caldo della presenza dell'uomo.

Mentre lui era isolato nella fredda aria informe, dentro un piccolo proiettile di metallo che si muoveva nel vuoto.

Gli tremavano le mani, e forzò gli occhi a rimettersi a fuoco sulla striscia di carta e a leggere un po'.

Era un racconto che parlava di esplorazione galattica ed era del tutto ovvio che l'eroe fosse un terrestre.

Baley bofonchiò esasperato, poi trattenne un attimo il fiato per lo sgomento di avere emesso maleducatamente un suono.

Ma era del tutto ridicolo. Era una forma d'infantilismo, questa pretesa che i terrestri potessero invadere lo spazio. Esplorazione galattica! La galassia era chiusa ai terrestri. Era già stata occupata dagli spaziali, i cui antenati erano stati terrestri secoli prima. Quegli antenati avevano raggiunto per primi i Mondi Esterni, si erano messi comodi e i loro discendenti avevano calato le sbarre all'immigrazione. Avevano delimitato la Terra e i loro cugini terrestri. E la civiltà terrestre delle Città aveva completato l'opera, imprigionando i terrestri nelle Città con un muro di paura di spazi aperti che li teneva lontani dalle zone agricole e minerarie, condotte dai robot, del loro stesso pianeta: anche da quelle.

Baley pensò amaramente: Giosafatte! Se non ci piace, almeno facciamo qualcosa in proposito. Non sciupiamo tempo con le favole.

Ma non c'era nulla da fare in proposito, e lui lo sapeva.



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