Hank Culafroy Eckles (capelli rossi, un po’ vago, un metro e ottantotto) uscì dalla sala bagagli dello spazioporto, portando in una valigetta molte cose che non erano sue.

Accanto a lui l’Uomo d’Affari stava dicendo: — Voi giovani d’oggi mi sgomentate. Torni a Bellona, dico io. Solo perché si è messo nei pasticci con quella biondina di cui mi diceva, non c’è ragione di fuggire da un mondo all’altro, suvvia. Ha persino abbandonato il suo lavoro!

Hank si ferma e sogghigna fiaccamente: — Beh…

— Ora, ammetto, lei ha le sue esigenze, che magari noi anziani non comprendiamo, ma deve mostrare un po’ di senso di responsabilità nei confronti di… — Nota che Hank si è fermato davanti a una porta con la scritta UOMINI. — Oh. Bene. Eh. — Sfoggia un gran sorriso. — È stato un piacere conoscerla, Hank. È sempre un piacere quando s’incontra qualcuno con cui valga la pena di parlare, in queste maledette traversate. Arrivederci.

Dalla stessa porta, dopo dieci minuti, esce Harmony C. Eventide, un metro e ottantatré (uno dei tacchi falsi s’era incrinato, perciò li avevo cacciati tutti e due sotto un mucchio d’asciugamani di carta), capelli bruni (la verità non la conosce neppure il mio barbiere), oh. così azzimato e alla moda, vestito con il cattivo gusto che oh è così di buon gusto, un tipo con cui nessun Uomo d’Affari farebbe conversazione. Presi l’elicottero in servizio regolare dal porto al palazzo della Pan Am (Già. Proprio così. Sbronzo), scesi alla Grand Central Station, e mi avviai lungo la Quarantaduesima in direzione dell’Ottava strada, portando nella valigetta parecchie cose che non erano mie.

La sera è intagliata nella luce.

Attraversai l’asfalto di plastiplex della Great White Way — credo che dia un’aria strana alla gente, tutta quella



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