Lei però sapeva… nel profondo del suo cuore sapeva — come si riconoscono le cose in sogno — che quella scena di folle fuga ora si stava ripetendo, come in un riflesso centuplicato da specchi convergenti, in ogni altra parte della città intorno a lei.

La consapevolezza e l’orrore le crearono una sensazione di freddo che le serpeggiò sotto la pelle e brulicò come un verme attraverso il suo intestino. Anche gli altri percepirono la stessa sensazione, perché nessun uomo si fermò per appoggiarsi alla colonna che stava dietro di lei, né alcuna donna si diresse verso i gradini sui quali stava. Con gli occhi colmi di follia e lo sguardo vacuo — pur contro la loro stessa volontà — guardavano dietro alle loro spalle le ciclopiche porte di bronzo antico, rese verdi dal tempo, che dominavano la parete opposta.

Era proprio da quelle porte che stavano fuggendo. Era dietro quel mostruoso cancello trapezoidale che l’orrore stava nidificando, così come l’acqua cova, dietro il fragile sipario di una diga, un leggero, mutevole, vago male, una muta eruzione nella terra dalla quale proviene, aldilà dei cupi abissi del tempo e dello spazio.

Nella caverna chiusa dal cancello ad arco dietro di lei, c’era del movimento, e si sentivano delle voci, dei passi smorzati ed un fruscio appena percettibile simile al lamento stridente di una spada che venisse sguainata.

Gil si girò, ed i suoi folti capelli le si arruffarono sugli occhi. La selvaggia danza ballonzolante delle torce agitate dal vento incorniciava una silhouette di forme che incalzavano, ondeggiando ora su un volto, ora sulla punta di una lama, ora sul bagliore corrusco di una maglia di ferro.

Nel freddo chiarore di peltro della luce lunare, le Guardie penetrarono in mezzo a quella marea disperata di gente: indossavano uniformi nere e luccicanti con alti stivali ai piedi. Gli uomini e le donne che ne facevano parte, brandivano in alto le lame affilate delle loro armi contro il gioco di luci creato dalle ombre.



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