Questo è perché ho sognato di avere i piedi freddi, pensò, quindi ora non posso che avere i piedi freddi…

Con dita tremanti cercò a tentoni la lampada, l’accese, e rimase lì tremante ripetendosi l’ormai disperata, incredula, solita litania:

«È stato un sogno. Soltanto un sogno. Dio, per favore, fa che sia stato solamente un sogno…»

Nonostante continuasse a sussurrarlo non poté però liberarsi della sensazione umida ed appiccicaticcia che provava alle piante dei piedi. Si piegò su se stessa rannicchiandosi per riscaldarli, ma la vista delle dita delle sue mani macchiate di sangue, le richiamò bruscamente alla memoria il luogo nel quale si era tagliata sulle pietre frantumate, appena oltre il cancello…


Cinque notti dopo, c’era la luna piena.

La sua luce svegliò Gil d’improvviso facendola emergere dal sonno con un sobbalzo, una convulsione di paura. Poi, lentamente, la ragazza riconobbe le forme familiari — silenziose nel buio — che riempivano la sua casa, e capì che non era successo nulla: si trovava ancora nell’appartamento di Clarke Street!

Rimase immobile, al buio, sdraiata in attesa che qualcosa o qualcuno la riportasse indietro, senza alcuna possibilità di scampo, in quel mondo di incubi e paure. La luce chiara della luna si rifletteva sulla coperta accanto a lei, palpabile come un foglio di carta.

«Ho dimenticato di sprangare la porta», pensò tra sé la ragazza.

Si trattava più che altro di una formalità: l’appartamento aveva una serratura robusta, e il suo vicino era una persona tranquilla. Si trattava di una sorta di rito notturno che la ragazza compiva sempre.

Decise di non pensarci e di ritornare a dormire, ma non ci riuscì. Dopo un minuto si trascinò fuori dal letto, rabbrividendo per il freddo, e raccolse dal pavimento il suo kimono decorato con la figura di un grande pavone. Se lo infilò e si diresse silenziosamente verso la cucina. Trovò facilmente la strada al buio; tastando il muro, raggiunse l’interruttore della luce e l’accese:



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