Gil corse. Corse come mai aveva fatto in vita sua: con il fiato spezzato dal panico, attraversò le strade deserte della città, tra le rovine ed i marciapiedi silenziosi dove unici testimoni erano macerie e nude ossa umane. Ad ogni angolo nuove ombre l’attendevano, immobili pareti di oscurità che aumentavano il suo terrore. Sotto ogni cavità e dietro ogni troncone di albero, si nascondevano forme simili a quelle di mostruosi grondoni gotici.

I soli rumori che accompagnavano la sua corsa erano quelli picchiettanti dei suoi piedi nudi, e quello, affannoso, del suo respiro. I soli movimenti erano quelli da lei stessa provocati nella corsa, e quelli della sua ombra mentre, alle sue spalle, il vento e l’oscurità incalzavano scivolando in silenzio, come fumo.

La ragazza fuggì ciecamente verso le buie caverne delle vie, con i piedi e le gambe insensibili, inciampando senza sapere in cosa: la guidava un istinto, la consapevolezza inconscia che l’unica sua salvezza era costituita dal Palazzo. Lì avrebbe trovato Ingold, e lo Stregone l’avrebbe protetta e salvata!

Corse finché si svegliò.


Si aggrappò singhiozzando al cuscino inzuppato del sudore gelido del suo stesso terrore, con il corpo che le doleva, ogni muscolo provato dalla tensione e dalla paura.

Soltanto con gradualità riuscì a capire dove si trovasse, e la dolce luce lunare le mostrò gli oggetti familiari di Clarice Street fino a quel momento lontana dai suoi occhi spauriti, spersi nel confine tra due mondi.

Con un supremo sforzo di volontà, si strappò al sonno obbligandosi a pensare. Provava dolori lancinanti alle gambe, ed i suoi piedi erano addirittura di ghiaccio sotto le coperte. Cercò di fare ordine in tutta quella confusione di pensieri tentando di trovare uno sbocco razionale alle sue impressioni.



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