Ser Waymar lo guardò dritto in faccia, senza nascondere la propria aperta disapprovazione. «Non ho alcuna intenzione di fare ritorno al Castello Nero portando con me un fallimento alla mia prima uscita di pattuglia. Noi troveremo questi uomini.» Gettò uno sguardo attorno. «Sull’albero. Forza, Will, sali. Cerca di individuare un altro fuoco.»

Will tornò a girarsi, senza parlare. Discutere non avrebbe avuto alcun senso. Il vento soffiava più forte, quasi a volerlo tagliare in due. Raggiunse l’albero-sentinella e cominciò ad arrampicarsi tra i rami di legno grigiastro. In breve, le sue mani furono viscide di resina. Venne inghiottito dal labirinto di snodi contorti, di aghi vegetali. La paura tornò a riempirgli le viscere come un pasto pesante da digerire. Sussurrò una preghiera agli dei senza nome dei boschi. Estrasse il coltello dal fodero e serrò la lama tra i denti per avere entrambe le mani libere e continuare la scalata. In qualche modo, il sapore del metallo gelido riuscì a dargli conforto.

Sotto di lui, la voce del giovane esclamò: «Chi va là?». Una voce improvvisamente piena d’incertezza nel dare l’intimazione. Will interruppe la faticosa salita. Rimase immobile ad ascoltare, a osservare.

Fu la foresta a rispondere a ser Waymar: il fruscio del fogliame, il gorgogliare dell’acqua gelida del torrente, il richiamo lontano di un gufo.

Gli Estranei non emettevano alcun suono.

Will percepì un movimento con la coda dell’occhio. Pallide ombre nel bosco. Girò il volto e colse una sagoma bianca nelle tenebre. Svanì in un soffio.

I rami dell’albero-sentinella si agitarono nel vento, strisciando gli uni contro gli altri come dita scheletriche. Will aprì la bocca per lanciare un avvertimento, ma la voce gli si congelò in gola. Forse si era sbagliato. Forse era stato solamente un uccello notturno, un riflesso sulla neve, uno scherzo del chiaro di luna. In fondo, che cosa esattamente credeva di aver visto?



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