
Il grande albero-sentinella sorgeva quasi sulla sommità dell’altura, esattamente dove Will sapeva che sarebbe stato, con le ramificazioni inferiori a neppure un piede d’altezza dal suolo. Will strisciò sotto di esse, ventre nella neve e nel fango, osservando la radura sottostante, vuota.
Il suo cuore perse qualche battito. Per un lungo momento, non osò neppure respirare. Il chiarore della luna illuminava la radura, le ceneri del fuoco spento da tempo, il rifugio parzialmente coperto dalla neve, le rocce incombenti, lo stretto torrente semi-congelato. Ogni cosa era come Will l’aveva vista qualche ora prima.
Solo che adesso erano svaniti tutti quanti. Nessuna traccia dei corpi.
«Dei onnipotenti!» Qualcuno alle sue spalle. Una lama tagliò alcuni rami. Ser Waymar fu a sua volta sulla sommità della collina. Rimase immobile accanto all’albero-sentinella, la lunga spada in pugno, il manto d’ermellino che si gonfiava per un’improvvisa raffica di vento freddo. Era una sagoma nobile, quasi imponente, stagliata contro la luce delle stelle. Una sagoma ben visibile, mortalmente esposta.
«A terra!» La voce di Will era un sibilo. «Qualcosa non va!»
«Guarda laggiù Will.» Royce non si mosse, limitandosi a osservare la radura deserta e lasciandosi sfuggire una risata. «I tuoi morti hanno deciso di spostare l’accampamento da qualche altra parte.»
Will sentì la voce che gli si strozzava in gola. Andò alla ricerca di parole che forse nemmeno esistevano. Non era possibile. I suoi occhi tornarono sull’accampamento abbandonato, avanti e indietro. Si fermarono sull’ascia. La colossale bipenne da combattimento giaceva ancora dove lui l’aveva vista, immota. Un’arma così poderosa…
«In piedi Will» ordinò ser Waymar. «Non c’è nessuno, qui. E non voglio che tu ti nasconda dietro un cespuglio.»
Will obbedì con riluttanza.
