
«Vuoi danzare?» Ser Royce affrontò l’avversario con coraggio. «Allora danza con me.»
Sollevò la spada alta sopra la testa, pronto al duello. Le sue mani tremavano, forse per il peso dell’arma o forse per il freddo. Eppure, in quell’istante, Will non ebbe dubbi: ser Royce aveva cessato di essere un ragazzo ed era diventato un uomo, un vero guerriero dei Guardiani della notte.
L’Estraneo si fermò. Will vide i suoi occhi. Erano azzurri, di un azzurro molto più profondo e intenso di qualsiasi occhio umano, un azzurro in grado di ustionare come il morso del ghiaccio. Quegli occhi si soffermarono sulla lama della spada levata, sui freddi riflessi che la luce della luna traeva dall’acciaio. Per un breve istante, Will osò dare spazio alla speranza.
Nuove ombre emersero dalle ombre. Prima due… poi tre… poi quattro… cinque… Ser Waymar doveva aver percepito il freddo che arrivò assieme a esse, ma non le vide, non le udì. Will avrebbe dovuto gridare l’allarme, avvertire il suo signore. Era quello il suo dovere, anche a costo della vita. Tremò, si afferrò al tronco dell’albero-sentinella. E rimase in silenzio.
La pallida spada di cristallo si mosse, fendendo l’aria della notte.
Ser Waymar la intercettò con la sua spada d’acciaio. Non ci fu alcun impatto di metalli quando le lame cozzarono, solo una vibrazione acutissima, simile al lamento d’agonia di chissà quale animale, appena percettibile da orecchio umano. Ser Waymar bloccò un secondo fendente, un terzo, poi arretrò di un passo. Un altro vortice di colpi lo costrinse ad arretrare ancora di più.
Alla sua destra, alla sua sinistra, dietro di lui, tutt’attorno a lui, le ombre continuavano a osservare. Ombre pazienti e silenziose, senza volto, quasi senza forma definibile nelle loro armature mimetiche, caleidoscopiche contro le più profonde ombre della foresta. Continuarono a osservare. Nessuna di esse dava il benché minimo cenno di voler interferire.
