
«Hai freddo?» chiese Royce.
«Un poco» mormorò Will. «È il vento, mio signore.»
Il giovane cavaliere, in sella al destriero nero che si agitava inquieto, si voltò verso il guerriero anziano della pattuglia. Alle loro spalle, le foglie irrigidite dal gelo continuavano a frusciare.
Ser Waymar chiese in tono colloquiale, sistemandosi l’ampia cappa d’ermellino: «Secondo te, Gared, che cosa ha ucciso quegli uomini?».
«Sarà stato il freddo.» La voce di Gared non era priva di una sfumatura ironica. «Un inverno, quando ero ragazzo, ho visto uomini congelati. E ne ho visti anche l’inverno precedente. Tutti parlano di manti di neve spessi quaranta piedi, del vento glaciale che soffia da nord, ma è il freddo il vero nemico. Ti scivola addosso più subdolo di Will. Cominci a tremare, a battere i denti, a pestare i piedi per terra, a sognare buon vino caldo speziato e falò che ardono. E il freddo che brucia. Nulla scotta come il freddo, ma non dura molto. Perché una volta che è dentro di te comincia a riempirti, finché non ti rimane più la forza per combatterlo. Ti siedi, ti addormenti. Molto più facile. Dicono che quando si avvicina la fine, non senti più niente, diventi debole, intontito, tutto comincia a svanire. Hai come l’impressione di sprofondare in un oceano di latte tiepido, pieno di una grande pace.»
«Quale eloquenza, Gared» rilevò ser Waymar. «Mai me la sarei aspettata da te.»
«Io l’ho avuto dentro di me il freddo, signore.» Gared abbassò lo spesso cappuccio del mantello scoprendo due moncherini deformi al posto delle orecchie. Ser Waymar non distolse lo sguardo. «Due orecchie, tre dita dei piedi, il mignolo della mano sinistra. E a me è andata bene. Mio fratello finì congelato durante il turno di guardia. Stava ancora sorridendo.»
Ser Waymar si strinse nelle spalle. «Dovresti andare in giro più coperto.»
