«Possiamo andare più in fretta di così» disse ser Waymar quando la luna fu alta. «Ne sono certo.»

«Non con quel cavallo» ribatté Will. «A meno che, mio signore» la paura lo stava rendendo insolente «non voglia essere tu ad aprire la strada.»

Ser Waymar non si degnò di rispondere.

Da qualche parte, nel buio pesto della foresta, un lupo ululò.

Will fece fermare il cavallo vicino a un antico tronco contorto dal tempo e smontò.

«Perché ti fermi?» gli chiese ser Waymar.

«Meglio proseguire a piedi, mio signore. Il loro campo è appena dietro quella cresta.»

Royce si arrestò, pensieroso in volto, lo sguardo che esplorava lontano. Il vento freddo sussurrava tra gli alberi. La sua cappa d’ermellino si gonfiò come un’entità vivente.

«Qualcosa non va» disse Gared a voce bassissima.

«Davvero?» Il giovane cavaliere gli rivolse un sorriso beffardo.

«Non senti?» ribatté Gared. «Ascolta le tenebre.»

Will sentiva. Quattro anni nei Guardiani della notte, eppure non aveva mai avuto tanta paura. Cosa c’era là intorno?

«Vento. Alberi che si scuotono. Un lupo. Quale di questi suoni ti turba, Gared?»

Il vecchio guerriero non rispose. Royce smontò con eleganza e legò le redini del destriero a un ramo basso, a debita distanza dagli altri cavalli, poi sfoderò la spada lunga. Le pietre preziose incastonate nell’elsa scintillarono. I raggi della luna scivolarono sull’acciaio della lama. Era una splendida arma, forgiata al castello della sua nobile famiglia e, a giudicare dall’aspetto, da poco tempo. Will aveva i suoi dubbi che fosse mai stata usata in combattimento.

«Gli alberi sono molto fitti» avvertì Will. «La spada potrebbe impacciarti i movimenti, mio signore. Meglio il pugnale.»



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