
«Se e quando avrò bisogno di un consiglio, Will, sarò io a chiedertelo» ribatté il giovane. «Gared, tu rimani qui, di guardia ai cavalli.»
«Ci serve un fuoco.» Gared smontò a sua volta. «Penserò io ad accenderlo.»
«Che sciocchezze vai dicendo, vecchio? Se in questa foresta ci sono dei nemici, un fuoco è proprio l’ultima cosa che ci serve.»
«Esistono nemici che le fiamme terranno lontani.» Gared non mollò. «Orsi, meta-lupi e… e altre cose.»
Le labbra di ser Waymar divennero una fessura. «Niente fuoco» ordinò.
Il cappuccio teneva in ombra gli occhi di Gared, ma a Will non sfuggì il lampo di ostilità che scintillò in essi mentre il vecchio guerriero fissava il giovane. Per un attimo, arrivò a temere che Gared mettesse mano alla spada. Quella spada era poco elegante, brutta da guardare, con l’impugnatura sbiadita dal sudore e il taglio scheggiato da tanti duri scontri. Ma se Gared l’avesse effettivamente sfoderata, Will non avrebbe scommesso mezzo soldo bucato sul collo di ser Waymar.
Gared alla fine abbassò gli occhi. «Niente fuòco» si arrese a denti stretti.
Royce interpretò la risposta come sottomissione e gli voltò le spalle. «Va’ avanti tu» ordinò a Will.
Will si fece strada nel fitto sottobosco e cominciò a risalire il pendio della bassa altura, tornando a dirigersi verso il punto d’osservazione che aveva trovato dietro un albero-sentinella. Sotto il fine manto di neve, il terreno era fangoso e molle, cosparso di radici affioranti e di pietre. Un terreno sul quale era fin troppo facile cadere. Will non faceva alcun rumore nel salire, ma dietro di sé continuava a udire i fruscii della foresta provocati dal passaggio del giovane nobile che lo seguiva, il debole tintinnare metallico del fodero della sua spada, imprecazioni soffocate ogni volta che gli aspri rami più bassi andavano a impigliarsi in quella lama troppo lucida, troppo lunga, e in quella splendida cappa d’ermellino.
