
Aprì gli occhi e si osservò il petto pallido, e i due peli solitari, beffarde memorie di un glorioso passato scimmiesco. Ma questa volta il termine che gli venne in mente non fu “magro”, ma “snello”. Decise che tutto sommato il suo corpo gli piaceva; solido, ben fatto, anche se non proprio muscoloso. Sbadigliò, si stirò, si grattò vicino ai due peli e si guardò intorno. Il gatto verde era seduto sul davanzale della grande finestra rotonda e gli sorrideva.
— Ehi, sto sognando?
Il suono stesso della sua voce un po’ rauca, come sempre al mattino, rispose alla sua domanda.
“Non sarò mica ammattito sul serio?” Questa seconda domanda, espressa senza parole, venne subito accantonata. Si sentiva troppo bene per preoccuparsi. Se questa era pazzia, allora evviva la paranoia!
E poi, ci potevano essere innumerevoli spiegazioni naturali per il colore un po’ insolito del gatto. Solamente il giorno prima aveva visto una giovane signora che portava a spasso due barboncini rosa. Uno sprazzo di quello che poteva nascondere sotto il soprabito, un topless forse, lo aveva spinto a passarle vicino, e così aveva sentito che diceva al suo accompagnatore: «Non sono tinti, sciocco, sono mutanti!»
Inoltre, non c’erano forse degli animali verdi, come il bradipo? Però gli pareva di ricordare che la tinta del bradipo fosse dovuta a un fungo o a una muffa, mentre certamente non c’era alcuna traccia di muffa sulla pelliccia lucida dell’animale dall’aria benevola che sedeva sul davanzale.
— Ciao Lucky — disse sottovoce. Fin dal primo istante aveva deciso che doveva esserci un nesso fra il gatto e il suo nuovo incredibile stato di benessere. Se doveva iniziare una nuova èra nella sua vita, non ci sarebbe stato male un simbolo: un simbolo verde come la primavera. Almeno così gli sembrava.
— Vieni, Lucky — chiamò, senza alzare la testa dal morbido cuscino. — Vieni, micio — ripeté sentendosi un po’ sciocco.
