
Così una deputazione chiese di conferire col capitano Rovic. Questi uomini rudi e vigorosi erano timorosi e pieni di rispetto mentre chiedevano al capitano di volger la prora al ritorno. Ma i loro compagni che si ammassavano da basso, muscolosi, abbronzati, avevano coltelli e cavicchi a portata di mano. Noi ufficiali sul ponte di comando avevamo spade e pistole, è vero, ma tutti insieme non eravamo che sei, inclusi il giovanetto impaurito che ero io e il vecchio Froad, l’astrologo, il cui mantello e la barba bianca erano imponenti a vedersi ma di poca utilità se vi fosse stato da combattere.
Rovic restò a lungo silenzioso dopo che il portavoce ebbe posto la sua domanda. Ogni brusio si tacque, finché soltanto il vento nel sartiame e l’abbacinante scintillio dell’oceano, confine del mondo, furon le uniche cose esistenti. Magnifico era il nostro signore, che aveva indossato uose scarlatte e scarpe ornate di sonagli, quando aveva saputo che la delegazione stava arrivando, e aveva elmo e corazza risplendenti. Le piume svolazzavano sull’acciaio scintillante e i diamanti degli anelli alle sue dita brillavano con i rubini dell’elsa della sua spada. Ma quando parlò, non lo fece in qualità di cavaliere della corte della Regina, ma con il linguaggio della sua fanciullezza di pescatore in Anday.
— Si vuol tornare indietro, amici, è così? Il vento è con noi, il sole è caldo, ma voi preferite tornarvene indietro attraverso mezzo mondo! Com’è cambiato il sangue dei vostri padri! Rifiutate forse la leggenda che dice che un tempo non ci fu cosa che non si facesse quando l’uomo comandava? E che fu per stupida colpa di uno di Anday, se l’uomo deve oggi tribolare? Perché, lo sapete, non è passato molto tempo da quando egli disse alla scure di tagliargli un albero e disse ai rami di prender da soli la via di casa: ma fu quando pretese anche che lo trasportassero, che Dio si infuriò e gli tolse il potere. Ma diede a tutti gli uomini di Anday la fortuna sul mare, al giuoco e in amore: e cos’altro avete voi da chiedere, amici?
