
Confuso da questa risposta, il portavoce si torse le mani, arrossì, guardò il tavolato del cassero e borbottò che saremmo tutti periti miseramente… di fame, di sete o d’annegamento… o saremmo stati schiacciati dall’orribile astro che ci sovrastava, o saremmo caduti oltre i confini del mondo. La Cerva d’oro era giunta più lontana d’ogni altro vascello dal tempo della Caduta dell’Uomo e, se fossimo tornati ora, ne avremmo avuto sempiterna gloria.
— Ma si può mangiarla, la gloria, Etien? — domandò Rovic, sempre mite e sorridente. — Abbiamo avuto battaglie e tempeste, certo, e allegre bisbocce: ma, diavolo, non abbiamo ancora veduto una sola Città Dorata, anche se sappiamo bene che si trovano qui da qualche parte, piene di tesori per il primo uomo di fegato che arriverà a metterci sopra le mani! Che cosa ti pesa sullo stomaco, amico? Non è stato un bel viaggio? Cosa direbbero gli stranieri? Come riderebbero gli arroganti cavalieri di Sathayn, come riderebbero i grassi mercanti di Woodland!… e non riderebbero di noi soltanto, ma di tutta Montalir… se torniamo indietro!
Così egli si prese gioco di loro. Solo una volta toccò la sua spada, distrattamente, sguainandola a metà mentre ricordava come fossimo passati attraverso l’uragano al largo di Xingu. Ma gli altri ricordavano come allora si fossero ammutinati, e come quella stessa spada avesse trafitto tre marinai armati che insieme avevano assalito il capitano. Le sue parole dicevano che egli avrebbe dimenticato ogni cosa, se anche loro lo avessero fatto. Le sue colorite promesse di baldorie tra le genti lascive delle tribù che avremmo incontrato, i suoi discorsi sui tesori leggendari, il suo appello al loro orgoglio di marinai e di montaliriani, smorzarono i timori.
