
Tale è lo splendore di Tambur che continuammo a circumnavigare l’isola anche di notte. Da un levar del sole all’altro, per dodici terribili ore lasciammo che la Cerva d’oro avanzasse lentamente. Verso il secondo meriggio, la costanza del capitano Rovic fu ricompensata: un’apertura nelle scogliere rivelò una profonda insenatura. Il litorale paludoso e coperto di vegetazione marina indicava che, sebbene la marea montasse alta nell’insenatura, questa non era uno di quegli approdi di fortuna temuti dalla gente di mare. Avendo il vento a noi avverso, ammainammo le vele e calammo a mare i canotti, trainando la nostra caravella colla forza dei remi. In quel momento ci sentivamo vulnerabili: avevamo infatti scorto un villaggio all’interno dell’insenatura. Osai chiedere: — Non sarebbe forse meglio restar fuori, signore, e lasciare che siano essi a venire per i primi?
Rovic sputò oltre la murata e disse: — È meglio non mostrarsi mai dubbiosi. Se volessero assalirci con le loro canoe, possiamo dar loro un’annaffiata di piombo, e calmeremo i loro bollori. Ma non mostrando fin d’ora alcun timore, possiamo allontanare il pericolo d’un tranello.
Aveva ragione. In seguito, apprendemmo di essere approdati all’estremità orientale d’un arcipelago i cui abitanti son forti navigatori, se si considera che possiedono soltanto degli scafi a bilanciere. Spesso però queste imbarcazioni raggiungono una lunghezza di cento piedi, e con quaranta pagaie e vele di stuoia possono quasi superarci alla nostra massima velocità, restando più manovrabili. Tuttavia il poco spazio lasciato al carico limita l’autonomia dei loro viaggi.
