
«Scusatemi» disse Rogers, «Non volevo.»
«E vi prego di accettare anche le mie scuse» aggiunse Haller. «Mi rendo conto che, a modo mio, sono stato indelicato, almeno quanto il signor Rogers.»
Martino disse:
«E così adesso ci siamo fatti tutti le nostre scuse,»
Proprio così, pensò Rogers. Tutti dispiaciuti.
La macchina percorse la breve salita che portava alla porta di servizio dell'ufficio di Rogers, e si fermò.
«Benissimo, signor Martino, noi scendiamo qui» disse Rogers. «Haller, passerete subito dal vostro ufficio?»
«Immediatamente, signor Rogers.»
«Bene. Immagino che il vostro capo e il mio cominceranno a trarre grandi conclusioni politiche sulla faccenda, no?»
«Sono certo che la parte del mio Ministero si è conclusa con il ritorno del signor Martino» disse Haller. «Voglio andarmene a letto, non appena terminato il rapporto. Buonanotte, Rogers. È stato un piacere lavorare con voi.»
«Ma certo.» Una breve stretta di mano, e poi Rogers e Martino scesero dall'automobile ed entrarono nell'edificio.
«Ha fatto presto a lavarsene le mani, di questa faccenda, non è vero?» commentò Martino, seguendo Rogers che scendeva una rampa di scale che conduceva nel seminterrato.
Rogers borbottò:
«Da questa porta, prego, signor Martino.»
Entrarono in un corridoio stretto, sul quale si aprivano moltissime porte, dalle pareti imbiancate e dal pavimento di linoleum grigio. Rogers si fermò, e guardò per un attimo le porte.
«Andrà bene questa, immagino. Per favore, seguitemi, signor Martino.» Estrasse di tasca un mazzo di chiavi, e aprì la porta.
La stanza interna era piccola. C'era una branda appoggiata alla parete, con un cuscino bianco e una coperta militare. C'era un tavolino, con una sedia. La stanza era illuminata da una lampada al neon che si trovava sul soffitto, e su una parete si aprivano due porte, una che conduceva nel bagno, l'altra che nascondeva un piccolo armadio a muro.
