Martino si guardò intorno.

«È qui che interrogate solitamente coloro che ritornano dall'altra parte?» domandò con voce gentile.

Rogers scosse il capo.

«Temo di no. Devo chiedervi di restare qui, d'ora in poi.» Ritornò nel corridoio, senza dare a Martino la possibilità di rispondere. Chiuse a chiave la porta.

Sospirò profondamente. Si appoggiò contro la porta metallica, e accese una sigaretta, con le dita che tremavano lievemente. Poi percorse rapidamente il corridoio, raggiunse l'ascensore automatico e salì al piano in cui si trovava il suo ufficio. Quando accese la luce, piegò lievemente le labbra, pensando a come avrebbero reagito i suoi uomini, svegliati nel bel mezzo della notte.

Sollevò la cornetta del telefono che si trovava sulla sua scrivania. Ma prima doveva parlare a Deptford, il suo superiore. Formò il numero.

Deptford rispose quasi subito.

«Pronto?»

Rogers aveva immaginato di trovarlo sveglio.

«Sono Rogers, signor Deptford.»

«Salve, Shawn. Aspettavo la chiamata. Tutto bene con Martino?»

«No, signore. Ho bisogno di personale di emergenza immediatamente. Voglio un… voglio un uomo che abbia esperienza nel campo dei microapparecchi di precisione… con tutti gli assistenti di cui ha bisogno. Voglio un esperto di apparecchi-spia. E uno psicologo. Naturalmente, anche per questi due, assistenti quanti ne servono. Voglio i tre migliori, stanotte o al massimo domattina. Avranno libertà di scelta per il personale, ma voglio che siano tutti debitamente autorizzati, per evitare interruzioni dovute a motivi di segretezza. E vorrei soprattutto che nessuno avesse mai pensato di imbottire gli uomini migliori di antidoti contro il siero della verità.»



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