«Lei non è stato sempre un vampiro, vero?» attaccò.

«No» rispose l’altro. «Avevo venticinque anni quando lo divenni; era il 1791».

Il ragazzo fu colpito dalla precisione della data, che ripeté prima di chiedere: «Come avvenne?»

«Ci sarebbe una risposta molto semplice. Ma non credo di aver voglia di dare risposte semplici» disse il vampiro. «Credo di voler raccontare la storia vera…»

«Sì» commentò precipitosamente il ragazzo, che continuava a spiegare e ripiegare il fazzoletto e aveva ricominciato ad asciugarsi le labbra.

«Ci fu una tragedia…» cominciò il vampiro. «Il mio fratello minore… morì». Poi si fermò, dando modo al ragazzo di schiarirsi la voce e di asciugarsi ancora il viso col fazzoletto prima di cacciarselo in tasca quasi con impazienza.

«Non le fa male, vero?» chiese timidamente.

«Do quest’impressione?» ribatté il vampiro. «No». Scosse la testa. «Ma è una storia che ho raccontato solo a un’altra persona… e tanto tempo fa. No, non mi fa male…

«A quel tempo vivevamo in Louisiana. Ci avevano assegnato della terra e noi ci tenevamo due piantagioni di indaco, sul Mississippi, molto vicino a New Orleans…»

«Ah, ecco l’accento…» disse piano il ragazzo.

Per un istante il vampiro lo fissò senza espressione. «Ho un accento?» Cominciò a ridere.

Agitatissimo, il ragazzo rispose frettolosamente. «L’ho notato al bar quando le ho chiesto che cosa faceva per vivere. Solo una leggera asprezza delle consonanti, niente altro. Non avevo immaginato che fosse francese».

«Non preoccuparti» lo rassicurò il vampiro. «Non sono stupito come sembro, solo che qualche volta me ne dimentico. Ma lasciami andare avanti…»

«La prego…» mormorò il ragazzo.

«Stavo parlando delle piantagioni. Ebbero davvero una parte importante nella faccenda, voglio dire, in come diventai un vampiro.



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