
Ma ci arriveremo. La nostra vita era nello stesso tempo lussuosa e primitiva. Per noi era il massimo del piacere: capisci, lì vivevamo infinitamente meglio di come avremmo mai potuto vivere in Francia. O forse era solo un’illusione, causata da quel luogo assolutamente selvaggio che era la Louisiana; ma, dato che a noi sembrava così, lo era davvero. Ricordo i mobili importati che ingombravano la casa» il vampiro sorrise. «E il clavicembalo: delizioso. Lo suonava mia sorella. Le sere d’estate si sedeva alla tastiera con la schiena rivolta alle porte-finestre spalancate. Ricordo ancora quella musica lieve, scorrevole, e vedo la palude che si stendeva al di là delle sue spalle, i cipressi ornati di muschio che ondeggiavano contro il cielo… E poi i suoni della palude, un coro di creature, le grida degli uccelli. Credo ne fossimo innamorati; ci faceva apparire i mobili di palissandro più preziosi che mai, la musica più delicata e desiderabile. Persino quando il glicine spezzò le persiane nell’attico e, in meno di un anno, penetrò coi suoi viticci le pareti di mattone imbiancato… sì, ne eravamo innamorati. Tutti tranne mio fratello: non ricordo di averlo mai sentito lamentarsi di qualcosa, ma sapevo cosa provava. A quel tempo mio padre era morto, io ero il capofamiglia, e mi toccava continuamente difenderlo da mia madre e da mia sorella. Pretendevano di portarlo in visita, o alle feste di New Orleans, ma lui odiava questo genere di cose. Mi pare che avesse smesso di andarci prima dei dodici anni. L’unica cosa che contava per lui era la preghiera, la preghiera e un libro di vite dei santi rilegato in pelle.
«Alla fine gli costruii una cappella lontano dalla casa e lui prese a passarci la maggior parte della giornata e spesso anche le prime ore della sera. C’è dell’ironia in questo, a pensarci bene. Lui era così diverso da noi, diverso da tutti, mentre io ero così normale! In me non c’era nulla, proprio nulla fuori dell’ordinario». Il vampiro sorrise.