Persino la polizia mi interrogò, su richiesta di mia madre. Infine venne a trovarmi il prete e pretese di sapere cos’era successo. Non lo rivelai a nessuno. Dissi che c’era stata solo una discussione. Io non ero nella veranda quando lui era caduto, protestai, e tutti mi guardavano come se l’avessi ucciso io. Ma anch’io avevo questa sensazione. Restai seduto nel salottino accanto al feretro per due giorni, continuando a pensare che lo avevo ucciso io. Rimasi a guardare il suo viso finché mi apparvero delle macchie davanti agli occhi e fui lì lì per svenire. La parte posteriore del cranio s’era fracassata sul selciato, e la testa sul cuscino aveva una forma sbagliata. Mi costringevo a guardarla, a studiarla, vincendo il dolore e il lezzo della decomposizione, ed ero spesso tentato di provare ad aprirgli gli occhi. Fantasie demenziali, impulsi folli! Ma il pensiero dominante era questo: l’avevo deriso, non gli avevo creduto, ero stato duro con lui. Era caduto per colpa mia».

«Tutto questo è veramente accaduto?» mormorò il ragazzo. «Mi sta raccontando qualcosa di… di vero?»

«Sì». Il vampiro lo guardò senz’ombra di stupore. «Vorrei continuare il mio racconto». Ma quando il suo sguardo si soffermò brevemente sul ragazzo e tornò a fissarsi sulla finestra, dimostrò solo un debole interesse per il suo interlocutore, che sembrava impegnato in una specie di muta battaglia interiore.

«Ma lei ha detto che non sapeva se quelle visioni… che lei, un vampiro… non sapeva con certezza se…»

«Voglio andare con ordine. Voglio continuare a raccontare le cose come accaddero. No, io non so niente di quelle visioni. A tutt’oggi non so niente». E ancora una volta attese finché il ragazzo disse:

«Sì, continui, per favore».

«Be’, volevo vendere le piantagioni. Non volevo rivedere mai più la casa e la cappella. Alla fine le affittai a un’agenzia che le avrebbe amministrate per conto mio e sistemai le cose in modo da non dovermici mai recare di persona.



9 из 375