
«In che modo?» chiese il ragazzo.
«Semplicemente, attraversò la porta-finestra che dava sulla veranda, stette per un momento in cima alla scala di mattoni e poi cadde. Quando io arrivai era già morto; s’era rotto l’osso del collo». Il vampiro scosse la testa in segno di costernazione, ma il suo viso era ancora sereno.
«Lo vide cadere?» chiese il ragazzo. «Perse l’equilibrio?»
«No, ma due domestici lo videro. Dissero che aveva guardato in su, come se avesse visto qualcosa in cielo. Poi tutto il suo corpo s’era mosso in avanti come se fosse stato spinto dal vento. Uno dei domestici riferì anche che mio fratello stava per dire qualcosa quando cadde. Anch’io pensavo che stesse per dire qualcosa, ma fu in quel momento che mi scostai dalla finestra. Gli ero di spalle quando udii il tonfo». Lanciò un’occhiata al registratore. «Non riuscivo a perdonarmelo. Mi sentivo responsabile della sua morte… e anche tutti gli altri sembravano convinti che io lo fossi».
«Ma com’è possibile? Non ha detto che lo videro cadere?»
«Non era un’accusa diretta. Però tutti sapevano che tra noi era successo qualcosa di spiacevole, che c’era stata un’accesa discussione poco prima della disgrazia. I domestici e mia madre ci avevano sentito. Mia madre non smetteva di chiedermi cosa era accaduto e come mai mio fratello, sempre così tranquillo, si fosse messo a gridare. Poi ci si mise anche mia sorella, e naturalmente io mi rifiutavo di parlare. Ero talmente sconvolto, disperato e infelice che non me la sentivo d’avere pazienza con nessuno; e a ogni costo ero deciso a non parlare con loro di quelle ‘visioni’. Non avrebbero mai saputo che mio fratello era diventato non un santo, ma solo… un fanatico. Mia sorella si mise a letto per non affrontare il funerale; mia madre raccontò a tutti in parrocchia che qualcosa di orribile era successo nella mia stanza, qualcosa che io non intendevo rivelare.
