
— Be’, stammi bene, allora — dissi, — se proprio hai bisogno dei miei auguri. Non sono stato a Ceylon. Sono rimasto nel Mediterraneo per quasi tutto il tempo.
Nell’interno risuonarono degli applausi. Ero felice di trovarmi fuori. I suonatori avevano appena terminato la Maschera di Demetra di Graber, che lui aveva scritto in pentametri in onore del nostro ospite vegano, ed era durata due ore, ed era brutta. Phil era molto ben educato e mezzo calvo, e faceva bene la sua parte, ma quando l’avevamo preso con noi avevamo una maledetta fretta di trovare un laureato. Aveva la mania di Rabindranath Tagore e Chris Isherwood, di scrivere poemi epico-metafisici spaventosamente lunghi, di parlare continuamente dell’Illuminismo, e di fare sulla spiaggia i suoi esercizi quotidiani di respirazione. Per il resto era abbastanza decente, come essere umano.
L’applauso si spense, e udii i tintinnii vetrosi della musica della telinstra e il rumore delle conversazioni che ricominciavano.
Ellen s’appoggiò all’indietro sulla ringhiera.
— Ho sentito che ti sei sposato, in questi giorni.
— Vero — convenni, — e sono anche abbastanza cotto. Perché mi hanno chiamato indietro?
— Chiedilo al capo.
— Gliel’ho chiesto. Ha detto che dovrò fare da guida. Ma quello che voglio sapere, accidenti, è perché? La vera ragione. Ci ho pensato, e la cosa diventa sempre più incomprensibile.
