— E come faccio io a saperlo?

— Tu sai tutto.

— Soverchia stima di me, caro. Com’è lei?

— Una sirena, forse. Perché?

Lei scrollò le spalle.

— Pura curiosità. Agli altri come dici che io sono?

— Non vado in giro a raccontare a nessuno come sei tu.

— Mi sento insultata. Devo pur assomigliare a qualcuno, a meno che io sia unica.

— Ecco, appunto, sei unica.

— E allora perché non m’hai presa con te l’anno scorso?

— Perché a te piace la gente e hai bisogno d’aver attorno una città. Puoi esser felice solo qui al Porto.

— Ma non sono felice qui al Porto.

— Sei meno infelice qui al Porto di quanto lo saresti da qualsiasi altra parte del pianeta.

— Avremmo potuto tentare — disse, e mi girò le spalle per guardare giù in basso le luci della baia. — Sai una cosa — prosegui dopo un po’, — sei talmente brutto che sembri attraente. Dev’essere questo.

Stavo per toccarla, ma mi fermai a pochi centimetri dalle sue spalle.

— Sai — continuò lei, con voce piatta, priva d’emozioni, — sei un incubo che cammina come un uomo.

Lasciai ricadere le mani e feci una risatina sorda.

— Lo so — dissi. — Sogni d’oro.

Feci per andarmene e lei m’afferrò per la manica.

— Aspetta!

Le fissai la mano, poi gli occhi, poi di nuovo la mano. Mi lasciò andare.

— Sai che non dico mai la verità — disse. Poi rise di quel suo piccolo riso fragile. — … E ho pensato a qualcosa che dovresti sapere su questo viaggio. C’è qui Donald Dos Santos, e credo che verrà anche lui.

— Dos Santos? È ridicolo.

— Adesso è su nella libreria, con George e un pezzo grosso arabo.

Il mio sguardo la oltrepassò e si fissò sul paesaggio della baia sottostante, dove le ombre, come i miei pensieri, si muovevano in strade piccole, scure e pendenti.



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