— Adesso che mi ha incontrato, rovinato come sono e tutto quanto, posso tornarmene a casa?

— Conrad! — Era la pipa ad attaccarmi.

— No, Mister Nomikos, ci sono anche considerazioni pratiche. Questo è un mondo selvaggio, e lei ha un alto potenziale di sopravvivenza. La voglio con me perché voglio sopravvivere.

Scrollai di nuovo le spalle.

— Be’, la questione è stata definita. E adesso?

Tossicchiò.

— Sento di non piacerle.

— Da dove le viene quest’idea? Solo perché lei ha insultato un mio amico, mi ha fatto domande impertinenti, mi ha costretto a servirla per capriccio…

— … Ho sfruttato i suoi compatrioti, trasformato il suo mondo in un bordello, e dimostrata la meschina provincialità della razza umana, se paragonata ad una civiltà galattica più vecchia di eoni…

— Non sto parlando di razze. Sto facendo un discorso personale. E lo ripeto, lei ha insultato un mio amico, mi ha fatto domande impertinenti, mi ha costretto a servirla per puro capriccio.

— (Tosse di capra)! A tutti e tre! È un insulto alle ombre di Omero e Dante far cantare quell’uomo per la razza umana.

— Al momento è il meglio che abbiamo.

— In tal caso dovreste farne a meno.

— Non è una buona ragione per trattarlo a quel modo.

— Io penso di sì, o non l’avrei fatto. In secondo luogo, io faccio qualunque domanda mi senta di fare, e sta a lei rispondere o non rispondere a seconda di come la vede: come in effetti ha fatto. Infine, nessuno l’ha costretta a niente. Lei è un impiegato statale. Le è stato affidato un incarico. Discuta col suo Ufficio, non con me.

«E, adesso che ci ripenso, dubito che lei possieda i dati necessari per usare la parola “capriccio” con la libertà che si permette» concluse.

Dalla sua espressione sembrava che l’ulcera di Lorel stesse silenziosamente commentando la situazione.



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