
— Conosci qualche altro caso come il tuo?
— Be’…
— No, non ne conosci.
— No. Non ne conosco.
Ricordo che allora desiderai essere nuovamente a bordo della mia nave. Non la grande spartiacque. La mia vecchia carcassa, la Golden Vanitie, fuori sul mare della baia. Ricordo che desiderai poterla riportare nel porto, e vedere lei per la prima splendente volta, ed essere capace di ricominciare tutto dall’inizio; e parlargliene subito, oppure ripercorrere tutto il tempo già trascorso e tenere la bocca chiusa sulla mia età.
Era un bel sogno, ma porco mondo, la luna di miele era finita. Aspettai finché ebbe smesso di piangere e sentii i suoi occhi su di me. Poi attesi ancora un poco.
— Allora? — chiesi, finalmente.
— Tutto bene, grazie.
Trovai e strinsi la sua mano passiva, me la portai alle labbra.
— Rodos dactylos — sospirai, e lei disse: — Forse è una buona idea che tu te ne vada… per un po’ almeno… — e la brezza che soffiava via il vapore ritornò, ed era umida, e ci fece venire la pelle d’oca, e fece vibrare la sua mano o la mia; non sono sicuro quale. Smosse anche le foglie, che rovesciarono sulle nostre teste la pioggia raccolta nella notte.
— Hai esagerato la tua età? — chiese lei. — Anche solo un poco?
Dal tono della sua voce era chiaro che la cosa più saggia sarebbe stata una risposta affermativa.
Così: — Sì — le dissi, sinceramente.
Lei allora tornò a sorridermi, rassicurata in qualche modo della mia umanità.
Ah!
E così restammo seduti lì, stringendoci le mani e scrutando il mattino. Dopo un po’ lei cominciò a canticchiare. Era una canzone triste, vecchia di secoli. Una ballata. Narrava la storia d’un giovane lottatore di nome Temocle, un lottatore che non era mai stato sconfitto.
