Clifford D. Simak

L’aia grande

Hiram Taine, del tutto sveglio, si mise a sedere sul letto. Towser latrava, raspando sul pavimento.

— Piantala — disse Taine al cane.

Towser drizzò le orecchie verso di lui con aria interrogativa, quindi riprese a latrare e a raspare sul pavimento.

Taine si stropicciò gli occhi. Si passò una mano nel roveto dei capelli meditando di sdraiarsi di nuovo e tirarsi le coperte sul naso.

Ma con Towser ad abbaiargli accanto proprio no.

— Insomma, che ti piglia? — chiese a Towser, non poco irritato.

— Uoff - rispose Towser, proseguendo con diligenza il suo raspare.

— Se ti va di uscire — disse Taine — devi solo aprire la porta a rete, sai bene come si fa, lo fai sempre.

Towser interruppe il suo latrare e si lasciò andare seduto, guardando il padrone alzarsi dal letto.

Taine si cacciò addosso la camicia, infilò i pantaloni e ignorò del tutto le scarpe.

Towser trotterellò d’ambio fino a un angolo della stanza e abbassò il naso umido allo zoccolo, fiutando rumorosamente.

— Hai trovato un topo? — chiese Taine.

— Uoff - rispose Towser con energia.

— Non ricordo che tu abbia mai fatto tanto fracasso per un topo — riprese Taine, lievemente perplesso. — Devi aver perso la bussola.

Era una splendida mattinata d’estate; dalla finestra aperta il sole invadeva la stanza.

Bella giornata per pescare, si disse Taine, poi si ricordò che non c’era tempo per la pesca, sarebbe dovuto andare in giro per vedere quel vecchio letto a baldacchino di cui gli avevano parlato dalle parti di Woodman. Era più che probabile, pensò, che gli chiedessero il doppio di quanto valeva; così andava a finire che un uomo non poteva guadagnarsi un onesto dollaro, si disse. Si stavano facendo furbi un po’ tutti a proposito delle antichità.



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