Henry si alzò in piedi cautamente e spazzolò via la cenere del sigaro dai pantaloni.

— Contemporaneamente dirò ai ragazzi di prender su il televisore — continuò. — Devo dire a Abbie che non l’hai ancora aggiustato. Se mai glielo lasciassi entrare in casa, così com’è adesso, non lo molla più.

Henry salì pesantemente le scale, e Taine lo guardò uscire dalla porta nella notte estiva.

Taine rimase in piedi nell’ombra, a guardare la sagoma scura di Henry attraversare l’aia della vedova Taylor diretta verso la strada dietro la sua casa. Aspirò una profonda boccata della fresca aria notturna e scosse il capo per scacciare il ronzio che aveva nella testa, ma il ronzio rimase.

Troppe cose erano successe, si disse. Troppe cose per un solo giorno… prima il soffitto e adesso il televisore. Una volta che avesse fatto una buona dormita sarebbe stato abbastanza in forma per tentare di venirne a capo.

Towser arrivò dall’angolo della casa e salì lento e zoppicante i gradini fermandosi davanti al suo padrone. Era pieno di fango fino alle orecchie.

— Hai avuto la tua giornata, vedo — disse Taine. — Però, come ti avevo detto, la marmotta non l’hai presa.

— Uoff - rispose tristemente Towser.

— Sei proprio come un bel po’ di noialtri — lo ammonì severo Taine. — Come me, Henry Horton e tutti noialtri. Vai a caccia di qualcosa e credi di sapere che cosa stai cacciando, ma in verità non lo sai. E quel che è peggio non hai la più pallida idea del perché ne vai a caccia.

Towser percorse stancamente con la coda l’impiantito. Taine aprì la porta e ristette su un lato, per lasciar passare Towser, poi entrò anch’egli.

Nel frigorifero trovò un avanzo di arrosto, un paio di fette di carne, un pezzo di formaggio secco, una mezza scodella di spaghetti: si fece una tazza di caffè e spartì il cibo con Towser.



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