
— Ma io non ho…
— Non ti preoccupare. Lascia fare tutto a me. La fabbrica e tutto il denaro necessario ce l’ho io. Poi faremo a mezzo.
— Gentile da parte tua — disse Taine meccanicamente.
— Di niente — insistette Henry magnanimo. — È soltanto il mio aggressivo e avido senso del profitto. Dovrei vergognarmi di intromettermi così nell’affare.
Tornò a sedere sul bariletto, fumando e guardando gli squisiti colori della trasmissione televisiva.
— Sai, Hiram — disse — ci ho pensato spesso, ma non mi sono mai risolto a farne nulla. Giù in fabbrica ho un vecchio calcolatore di cui vorremmo liberarci perché ci occupa una stanza di cui abbiamo davvero bisogno. È uno dei nostri primi modelli, un affare sperimentale che è stato un vero bidone. Davvero un coso balordo: nessuno è mai riuscito a tirarne fuori qualcosa. Abbiamo fatto qualche tentativo che probabilmente era sbagliato… o forse giusto, ma non ne sapevamo abbastanza perché si arrivasse a un risultato. È stato lì in un angolo tutti questi anni e avrei dovuto liberarmene già da molto tempo, mi secca un po’ farlo, però. Mi chiedo se non ti piacerebbe… giusto per provare.
— Be’, non lo so — rispose Taine.
Henry prese un’aria espansiva. — Nessun obbligo, intendiamoci. Potresti anche non cavare un ragno dal buco… e francamente se ci riuscissi ne sarei sorpreso, ma tentare non nuoce. Magari potresti anche decidere di smontarlo per recuperarne le parti. C’è dentro materiale per parecchie migliaia di dollari. Probabilmente potresti utilizzarne la maggior parte in un modo o in un altro.
— Potrebbe essere interessante — concesse Taine, seppure non troppo entusiasta.
— Benissimo — disse Henry, con tutto l’entusiasmo che mancava a Taine. — Te lo faccio portar qui dai ragazzi domani. È bello pesante: ce ne vorranno di braccia per scaricarlo, portarlo in cantina e rimontarlo.
