
E alla fine, dopo aver visitato chissà quanti gabbiotti e chissà quante scrivanie, l’uomo sarebbe andato in uno di quei posti con l’insegna «Carboidrati S.p.A.» sulla porta, e sarebbe entrato con l’imbarazzo del buon operaio che non riesce a trovare un posto, e avrebbe detto: «Mi va piuttosto male, e sono rimasto a corto di denaro. Vorrei sapere…»
E l’uomo dietro la scrivania avrebbe detto: «Ma sicuro, quanti siete in famiglia?» L’uomo avrebbe risposto, e quello alla scrivania avrebbe riempito un modulo e glielo avrebbe consegnato. «Quello sportello laggiù,» avrebbe detto. «Penso che per una settimana possa bastarvi, ma se non bastasse, torni pure quando crede.»
L’uomo avrebbe preso il modulo, e avrebbe cercato di ringraziare, ma quello dei carboidrati si sarebbe schernito, e avrebbe detto: «Vede, siamo qui per questo. È il nostro mestiere, aiutare quelli come lei.»
L’uomo sarebbe andato allo sportello, e quello dietro lo sportello avrebbe guardato il modulo e poi gli avrebbe consegnato i pacchi, e in un pacco ci sarebbe stata della roba sintetica che aveva sapore di patate, e in un altro della roba che aveva sapore di pane, e in altri roba che ti dava l’impressione di mangiare granoturco e piselli.
Non era una scena immaginaria.
Tutto questo era già accaduto, e continuava ad accadere.
Non era come l’assistenza ai disoccupati… i sussidi, le pensioni, la carità pubblica, le istituzioni caritatevoli. O, almeno, si poteva dire che non era così. Quelli dei carboidrati non t’insultavano mai, quando andavi a chiedere aiuto. Non ti guardavano con l’aria di sufficienza, non ti facevano pesare quel poco che ti davano.
