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George Crawford era un uomo grande e grosso che traboccava dalla poltrona sulla quale stava seduto. Teneva le mani intrecciate sulla pancia e parlava senza cambiare tono, senza la minima inflessione, ed era l’uomo più immobile che Vickers avesse mai visto. Non c’era il minimo movimento, in lui, né il minimo senso di movimento. Era enorme e massiccio, e muoveva appena le labbra, e la sua voce era poco più di un bisbiglio.

«Ho letto alcune delle sue opere, signor Vickers,» disse, «Mi hanno molto colpito.»

«Ne sono lieto,» disse Vickers.

«Tre anni fa non pensavo che avrei mai letto un’opera di narrativa, né che avrei parlato con l’autore. Adesso, tuttavia, mi sono reso conto di avere bisogno di un uomo come lei. Ne ho parlato con i miei direttori, e ci siamo trovati tutti d’accordo nel ritenere che lei è l’uomo adatto.»

Fece una pausa, e fissò Vickers con gli occhi azzurri e vivaci che sbirciavano dalle pieghe di grasso come punte di proiettili.

«La signorina Carter,» proseguì, «mi ha detto che al momento lei è molto occupato.»

«È esatto.»

«Un lavoro importante, immagino,» disse Crawford.

«È quello che spero.»

«Quello che ho in mente io sarebbe più importante.»

«Questo,» fece seccamente Vickers, «è questione di opinioni.»

«Io non le sono simpatico, signor Vickers,» disse Crawford. Era un’affermazione, semplice e piatta, non una domanda, e Vickers si sentì ancor più irritato.

«Signor Crawford,» rispose, freddamente, «io non ho alcuna opinione sul suo conto, in questo momento. Mi interessa soltanto sapere quello che ha da dirmi.»

«Prima di proseguire,» gli disse Crawford, «desidero chiarire che tutto quanto sto per dirle è di carattere riservato.»

«Signor Crawford,» disse Vickers, «sono uno scrittore, ma non mi piacciono le storie di cappa e spada.»



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