
«E allora, c’è stata una provocazione dopo l’altra, e ci sono state decine di guerre locali, ma non una guerra mondiale. Lei saprebbe dirmi il perché?»
«No.»
«Io ci ho pensato,» disse il signor Flanders, «Così, oziosamente, è naturale. E mi sembra che debba esserci un fattore nuovo.»
«Forse la paura,» suggerì Vickers, «La paura delle nostre armi terribili. Quarant’anni or sono non esistevano armi capaci di annientare vincitori e vinti in un solo olocausto.»
«Sì, può essere,» ammise il signor Flanders, «ma la paura è molto strana. Una cosa molto strana, signor Vickers. La paura può fare scoppiare una guerra, così come può impedirla. Sa, è possibile che la paura sia sufficiente a spingere un popolo a buttarsi e a combattere per liberarsi da essa… pronto a slanciarsi contro la paura stessa, pur di sbarazzarsene. Non credo, signor Vickers, che da sola la paura basti a spiegare la pace.»
«Lei pensa a qualche fattore psicologico?»
«Potrebbe essere,» disse il signor Flanders. «Oppure potrebbe trattarsi di un intervento.»
«Un intervento! E chi interverrebbe?»
«Di preciso non lo so. Ma è un pensiero, questo, che per me non è nuovo, e non solo riguardo a questo problema, che pure è il più appariscente. A partire da una novantina di anni or sono, nel mondo è successo qualcosa. Fino ad allora l’uomo aveva tirato avanti più o meno sullo stesso vecchio solco. C’era stato qualche progresso, qua e là, ma non molti. Soprattutto, non c’erano stati molti cambiamenti nel modo di pensare, ed è questo che in ultima analisi conta veramente.
«E poi il genere umano, che fino a quel momento aveva camminato arrancando lentamente, strascicando i piedi, si è lanciato al galoppo, come un cavallo improvvisamente spronato. Sono stati inventati il telefono e l’automobile e il cinema e l’aereoplano. Poi è venuta la radio e tutti gli altri apparecchi che hanno caratterizzato il primo quarto di secolo.
