
Ho già avuto modo di parlare in un'intervista del mio torbido passato di scrittrice di Confessioni. Non so fino a che punto ora le mie storie ricordino le Confessioni, so però che la cosa ha avuto anche un lato positivo: per dieci anni non ho fatto altro che scrivere trame, perché non si poteva fare diversamente. Nelle Confessioni non c'è spazio per l'innovazione, le sperimentazioni letterarie o le caratterizzazioni elaborate alla James o altre cose del genere: è solo un esercizio di trama. E sono convinta che questo mi abbia davvero aiutato a migliorare la struttura delle mie storie. Alcuni consigliano di partire dal personaggio e poi di svilupparne il carattere. Io non lo faccio mai. Comincio sempre dalla fine, cioè so sempre con esattezza come sarà l'ultima scena. Quando ho scritto Lincoln's Dream [1987], ho iniziato dall'ultima scena. In Doomsday Book, ho scritto la scena finale due mesi dopo aver iniziato il libro. So sempre dove voglio arrivare e quindi procedo a ritroso, anche perché come potrei mai arrivarci altrimenti? La scena fondamentale è quella e io parto di lì. Qualcuno ha definito il processo narrativo come «una scena più tutto ciò che viene costruito attorno ad essa» e ritengo sia un ottimo modo di vedere la cosa. Quando al Clarion ho raccontato in che modo costruisco i personaggi, mi hanno insultato dicendomi che ero fredda e senza cuore. Sicuramente c'è sempre un personaggio principale sul quale ho già delle idee, ma tutti gli altri sono solo delle figure.
