Ma questo non è vero. Le donne c'erano già, posso dirlo perché le leggevo: Mildred Clingerman e Shirley Jackson, Zenna Henderson e Margaret St. Clair e Carol Emshwiller, e molte altre di cui non sapevo niente perché in realtà erano tutti pseudonimi di C. L. Moore. La fantascienza quindi non aveva solo scrittrici, ma delle ottime scrittrici; le loro storie erano splendide, e non credo venissero trascurate, perché le trovavo sempre sulle antologie che raccoglievano il meglio dell'anno.

Ho già avuto modo di parlare in un'intervista del mio torbido passato di scrittrice di Confessioni. Non so fino a che punto ora le mie storie ricordino le Confessioni, so però che la cosa ha avuto anche un lato positivo: per dieci anni non ho fatto altro che scrivere trame, perché non si poteva fare diversamente. Nelle Confessioni non c'è spazio per l'innovazione, le sperimentazioni letterarie o le caratterizzazioni elaborate alla James o altre cose del genere: è solo un esercizio di trama. E sono convinta che questo mi abbia davvero aiutato a migliorare la struttura delle mie storie. Alcuni consigliano di partire dal personaggio e poi di svilupparne il carattere. Io non lo faccio mai. Comincio sempre dalla fine, cioè so sempre con esattezza come sarà l'ultima scena. Quando ho scritto Lincoln's Dream [1987], ho iniziato dall'ultima scena. In Doomsday Book, ho scritto la scena finale due mesi dopo aver iniziato il libro. So sempre dove voglio arrivare e quindi procedo a ritroso, anche perché come potrei mai arrivarci altrimenti? La scena fondamentale è quella e io parto di lì. Qualcuno ha definito il processo narrativo come «una scena più tutto ciò che viene costruito attorno ad essa» e ritengo sia un ottimo modo di vedere la cosa. Quando al Clarion ho raccontato in che modo costruisco i personaggi, mi hanno insultato dicendomi che ero fredda e senza cuore. Sicuramente c'è sempre un personaggio principale sul quale ho già delle idee, ma tutti gli altri sono solo delle figure.



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