
Quando ho cominciato a fare ricerche sulla Peste, senza sapere ancora con precisione che tipo di libro avrei scritto, ho scoperto che anche gli storici si limitavano spesso a conclusioni banali: «Per un contadino del Medioevo la morte non aveva lo stesso significato che ha per noi, perché era un fatto abituale. Ci vivevano in mezzo, continuamente». Ma affermazioni di questo genere sono in aperta contraddizione con tutti i resoconti che ci sono pervenuti dal Medioevo, come ad esempio la testimonianza di un abitante di Vienna nel 1347: «Oggi ho sepolto mia moglie e i miei cinque figli nella stessa fossa. Niente lacrime. È la fine del mondo». E la fine del mondo è sempre la stessa; sempre quell'incredibile, soverchiante sensazione di impotenza, per cui ci si dibatte alla ricerca di una ragione, di qualcuno a cui dare la colpa. Le cose non cambiano mai: quando le persone hanno paura, reagiscono sempre in un modo ben preciso.
Nel mio libro c'è un'epidemia nel passato e una nel presente: purtroppo, la reazione psicologica è molto simile in entrambi i casi. Ma attenzione, non è un libro sull'AIDS, se non in termini di reazione psicologica, di cui a mio giudizio l'AIDS offre un esempio classico. In realtà, per i vettori della malattia, mi sono ispirata all'epidemia di Spagnola del 1918.
