
Quando vide che mi stavo avvicinando alla tenda, l’imbonitore smise di suonare il tamburo. — Un solo aes per vederlo, due per parlargli, tre per rimanere da soli con lui.
— Da soli per quanto tempo? — chiesi, mentre prendevo tre aes di rame. Un ghigno ironico passò sulla faccia dell’imbonitore. — Per tutto il tempo che vuoi. — Gli diedi le monete ed entrai nella tenda.
Certo l’imbonitore credeva che non avrei resistito a lungo, perciò io mi ero aspettato un odore insopportabile o qualcosa di altrettanto sgradevole. Ma non c’era niente di tutto quello, solo un tenue odore di fieno. Nel mezzo della tenda, in un fascio di raggi solari polverosi che penetravano da un varco aperto nel tetto di tela, era incatenato un uomo la cui carnagione ricordava la giada pallida. Indossava un gonnellino di foglie, oramai quasi appassite; vicino a lui vidi un vaso di argilla pieno fino all’orlo di acqua pura.
Rimanemmo in silenzio per qualche istante. Io mi fermai a guardarlo. L’uomo fissava la terra. — Non è vernice — dissi. — E non credo si tratti di una tintura. E non hai più peli dell’uomo che ho visto uscire dalla casa murata.
L’uomo verde mi fissò, poi riabbassò lo sguardo. Persino il bianco dei suoi occhi aveva delle sfumature verdognole.
Gli tesi una trappola. — Se sei veramente vegetale, dovresti avere erba al posto dei peli.
— No. — La sua voce era dolce, quasi femminile a parte la profondità.
— Allora sei un vegetale? Sei una pianta parlante?
— Tu non sei un campagnolo.
— Ho lasciato Nessus da qualche giorno.
— E sei anche istruito.
Pensai al Maestro Palaemon, poi al Maestro Malrubius e alla mia povera Thecla e scrollai le spalle. — So leggere e scrivere.
— Eppure non sai niente di me. Non sono un vegetale parlante, come i tuoi occhi dovrebbero confermare. Se anche una pianta seguisse la strada dell’evoluzione, l’unica fra i molti possibili milioni di percorsi, che porta all’intelligenza, non riuscirebbe a modellare il legno e le foglie per creare un essere umano.
